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intervista a garane garane

giulia gadaleta

Discendente di una stirpe reale, Garane Garane è nato in Somalia. Ha frequentato le scuole, dalle elementari al liceo scientifico, a Mogadiscio quindi si è trasferito a Firenze e poi a Grenoble dove ha conseguito anche la laurea in Lingua e Letteratura francese.Attualmente è direttore del Dipartimento di Umanistica della Allen University nella Carolina del Sud, USA.

Ho incontrato Garane Garane a dicembre, in occasione della presentazione di Il latte è buono, il suo romanzo in lingua italiana edito da Cosmo Iannone nella collana Kumacreola. Garane Garane era a Roma, alla fiera della piccola e media editoria, in compagnia del nipote, un giovanotto somalo ma “meticcio”, come l’ha voluto definire lui. Fuori dalla saletta, stipatissima dagli studenti e dalle studentesse “multicolori” del corso universitario del professor Armando Gnisci, mi ha raccontato l’emozione di aver ri-trovato la propria mestra elementare, italiana ormai rimpatriata, tra le file di uditori. Con occhi lucidi di emozione ed un umorismo rilassante, mi ha raccontato del suo libro e di sè in questa intervista.

A che periodo corrisponde l’inizio del romanzo, quando Shaklan Iman è ancora nel ventre della madre?

È un passato, prima del colonialismo e prima del contatto con l’occidente: intorno al 1700, quando i somali avevano ancora la gloria. I somali hanno sempre avuto contatti con l’oriente, gli arabi, i persiani; anche i nomi sono venuti da altrove. La tribù di cui parlo, degli Agiuran, discende da donne, ma le donne come in tutte le religioni e in tutti i miti, hanno perso potere quando si è codificato tutto: Maria Maddalena ad esempio è al di fuori del cerchio perchè alcuni uomini pensavano che sapeva molto sul profeta Gesù. Shaklan Iman nasce in un posto in cui l’uomo fa il bello e il brutto tempo, nasce dopo ventiquattro mesi , resta a lungo per sentire, si forma all’interno della madre.

Si forma anche la sua coscienza e non solo il suo corpo…

Sì lei ascolta e pensa che li dominerà, lei sa che la cultura si femminilizzerà... Questa donna viaggia attraverso il tempo, vede tutto. Le donne e gli uomini nel sistema clanico e nomadico avevano posizioni precise: Shaklan Iman è quella che rimescola i ruoli, che confonde. L’ho scelta perchè restando molto tempo nel ventre di sua madre è una donna eccezionale.

Perchè tanta attenzione al mondo femminile?

Volevo fare un inno alle donne somale: chi può in Africa parlare meglio di una donna, attraverso il suo corpo scalfito, distrutto... le donne africane sono sempre state diritte, gli uomini vacillano in Somalia; ancora oggi quelle che aiutano e che costruiscono scuole sono donne, mentre gli uomini mangiano il chad, la droga nazionale, o fanno i guerrieri.
In Occidente, a causa delle differenze culturali, si vede solo l'aspetto esterno, quello del velo: tutta la storia delle donne africane e mussulmane è ridotto a cose esteriori. Mentre vedere dietro il tenue velo di Shakhlan significa capire che una donna non è prigioniera se non guida: può darsi che nella sua terra non ci siano abbastanza macchine, intere famiglie non hanno macchine! Le donne africane sono state viste come oggetti di studio piuttosto che come protagoniste: nel mio romanzo Shakhlan Iman influisce invece sulla situazione storica, economica e sociale.

Lei usa la metafora del cammello e dell’asino, cosa rappresentano?

Non volevo usare nomi tribali. Volevo rappresentare i due poli della cultura somala: ho usato l’asino per certe tribù sedentarie del sud, prendendo l’idea dai democratici americani. Mentre ho usato il cammello per le tribù del nord e dell’occidente somalo. I somali sono discendenti di nomadi, e il nomade glorifica il cammello: se una donna è bella dicono che assomiglia ad un cammello. La Somalia è stata vittima dello scontro del cammello e dell’asino: c’è stata una guerra civile e il cammello rappresenta i nomadi che si sono insediati nelle città che gli asini non volevano perchè erano portatori di una cultura clanica.

Gashan, il nipote di Shaklan Iman, si forma nelle scuole italiane di Mogadisco, poi arriva a Roma da studente universitario. Ha scelto l’Italia come la sua patria interiore ma al suo arrivo non la riconosce….

Lui conosceva la Roma dei libri, la Roma dei Cesari, di Muzio Scevola. Quando arriva a Roma lui si aspetta una metropoli moderna e invece quel che vede sono molte statue, gli sembra di vedere tutta la storia pietrificata: il suo stupore è anche legato al fatto che nella Somalia che ha lasciato non c’era nessuna statua perchè nei paesi mussulmani l’icona non si usa, nei tappeti persiani non vedi mai l’immagine di una faccia. E poi tante macchine e tanto caos: lui è un pò meravigliato e a disagio verso la cultura che l’ha plasmato a sua immagine e somiglianza. Quando Gashan arriva a Roma, si aspetta altre cose, il poliziotto italiano che lo riceve all’areoporto è un poliziotto meridionale, non ha mai visto un passaporto che viene da altrove, scritto in italiano; perchè la Somalia non aveva una lingua scritta, e nel passaporto c’è scritto “Repubblica Somala” e lui crede che sia falso e Gashan crede che il poliziotto sia un arabo: sono entrambi confusi, perchè Gashan parla italiano meglio del poliziotto.

Gashan mi sembra un personaggio molto autobiografico, è così?

Uno scrittore africano non scrive solo perchè sceglie di scrivere; non è una cosa estetica soltanto, c’è sempre qualcosa che ci coinvolge e fa parte anche delle nostre vite: quindi è più o meno autobiografico, sì…

Mi sembra che Il latte è buono voglia anche illuminarci sullo sguardo semplificato che gli occidentali hanno dell’Africa…

Come diceva mio nonno il problema dell’Africa è che abbiamo accolto tutti, l’Africa è sempre stata un posto di accoglienza e anche oggi la Somalia accoglie tutti quei rifiuti nucleari ...
L’Indonesia, la Cina producono le merci occidentali, le t-shirt, le camicie, ma hanno difeso le loro culture, quando si attacca la Cina si parla di democrazia, non abbiamo nient’altro da dire.... l’Africa invece ha accolto troppo il male…

A che tradizione letteraria si rifà questo testo?

Un somalo mi ha detto “Il tuo romanzo è un gabai”, una lunga litania filosofica. La struttura è tradizionale, italo-somala.... i somali nomadi raccontavano questa lunga storia che durava per pagine e pagine: quando ho cominciato a scrivere non ho potuto fermarmi prima di finirlo. I somali sono noti per l’arte del parlare, questo fa parte di quell’arte.

Lei ha scelto di scrivere Il latte è buono in italiano. A chi è destinato questo libro?

L’ho scritto per gli italiani che ho amato nella mia infanzia. Da adulto ho voluto che gli italiani si ricordassero di quello che sono stati e di quello che sono e della Somalia che hanno visto in modo artificiale. I somali della mia generazione hanno ancora un atteggiamento romantico verso l’Italia: difendo sempre gli italiani quando sono all’estero, è vero che la loro politica è un pò strana...
E’ colpa di Dante... L’italiano è la lingua di base, mentre il somalo non era scritto fino al ‘75: l’italiano era la nostra lingua, ce ne siamo appropriati. Il romanzo è anche per i meticci che sono diversi dagli altri italiani, che sono frustrati, per dir loro: “l’Italia vi appartiene, a causa dell’alienazione culturale non dovete chiudere le porte”. Come puoi dividere Mussolini da Siad Barre, il nostro dittatorino?! ... è per questo che è inutile lottare contro la mescolanza, se lotti perdi tempo e perdi la tua creatività.

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Anno 3, Numero 12
June 2006

 

 

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