Nota biografica | Versione lettura |
Queste candele ricoperte di gobbe e scarabocchi
sognano uno spazio di neri riflessi, una natura non direi morta
ma tramortita: mele incipriate, pere effeminate,
un mandolino rovesciato, il culo bombato per aria,
e drappi e cristalli, specchi e chiavistelli
e un urlo che urta uno specchio e dopo tace.
Queste candele ricoperte di scarabocchi e gobbe di cera sognano
una chiesa disordinata e oscura come un ripostiglio,
e tra fantasmi guardinghi e polvere d’ossa
e tarme nei confessionali
vecchie cocciute e implacabili che pregano inginocchiate
e si rimpiccioliscono e si aggrovigliano come matasse di rughe.
Queste candele ricoperte di lacrime di circostanza
sognano turbinii di foglie, stracci di vento
tende ansimanti, una finestra che sbatte
un vaso spinto dal nulla che cade e si frantuma
e l’Irrimediabile che siede in un angolo in disparte
poggia la guancia sulla mano e riflette e
di tanto in tanto si gratta la barba.
Queste candele servili e ossequiose si spengono quando
rinviene una luce carica di cose
il buio, lingua di vipera pulce nell’orecchio, impaurito sparisce
porta con sé vuoti a perdere pieni di memoria
si riaccende tutto, anche la televisione
rimane nell’aria una toccata e fuga
per quattro piedi e uno sbadiglio.
Pulsioni, nodi dell’inconscio
sublimazioni, rimozioni
contenuti sommersi, funzioni compensatrici
mi basta guardarmi allo specchio per non ritrovarmi
e mi perdo in giro anche il resto:
l’agenda, gli occhiali, le chiavi
di casa, i fazzolettini di carta
me le porto dietro tutte queste
e altre stranezze
se cerco una matita per segnare un numero di telefono
inaspettatamente spuntano fuori
un paio di pulsioni
perse chissà da quando
inasprite
che per riprenderle, quanta cautela!
e se dimentico di spegnere le luci e torno
sui miei passi, ecco
i nodi del mio inconscio
cambio idea e mi trattengo
a snodare uno e annodarne un altro
e nasconderne altri per momenti più cupi
in quei momenti li prendi e te ne stai lì a sgrovigliarli
senza pensarci, e la vita fuori
sfavillante sfracellandosi, ma sempre viva
attende, la lasci per un momento in disparte
che aspetti!
lo so, anche la mia vita un giorno
si è frammentata in un tafferuglio di voci
dove ogni cosa mi guardava di sbieco,
ma io avevo altro da fare
e la cosa mi disturbava, e non poco
certo, ho i miei momenti più luminosi:
se trovo una radice contorta
che spunta sull’orlo del marciapiede
allungo il passo per non calpestarla
sbriciolo le nervature secche delle foglie
e con gesti che mi scappano dalle mani
le spargo
e nella ruggine delle ringhiere so che
c’è qualcosa che mi separa da te e da me
e non che non senta anche tra le vertebre
quel poco di ruggine che si raccoglie
dopo mi allontano con un’aria un po’ teatrale
un po’ distratta in un
morente autunno di cicche
e foglie annerite sull’orlo del marciapiede
verso quel vicino parco dei gelsi, e gli aghi ingialliti dei pini
dove non vado mai
e la stagione non è meno buia
da appesantirmi meno la giacca sulle spalle
ma il peso, in certi momenti, veste bene
ma appena mi giro intorno, torno e
trovo nella memoria tutte le macchie del muro
che ho davanti al mio tavolino
e non solo di questo muro
anche quelle di un altro muro, eterno credo
dove spesso mi ritrovo e so che mi appartiene di più
e sono fisse come ciondoli, incastonate
quelle macchie nel mio sguardo
c’era un angolo, accanto a una porta di legno
massiccio e fradicio sbarrata da un tubo piegato
e accanto una mensola malferma
storta e sotto la sveglia con lo smalto scrostato
un mistero fu covato, che resta,
là dove non ho niente da restituire, era un luogo spoglio quello
perché lì vi fu un inizio
ora che so dove sono
un po’ la cosa mi angoscia…
ora cerco la mia agenda, le chiavi di casa, prendo la giacca
devo uscire.
si alzò, greve il capo di stanchezza plumbea
A. Fogazzaro
Appartengo a una famiglia di matti,
più o meno una famiglia come un’altra.
Altri fanno parte di famiglie di artisti,
magri per lo più – o almeno esili
nell’anima – con una gentile curvatura
della schiena (no, non che io sappia quale
pesantezza, o quale calpestata
memoria può indurre
all’elegante impostura).
E altri a famiglie di persone seriose, assennate
negli occhi un’espressione nitida
e piatta che: “dall’altro lato non c’è nulla”.
E neanche un gesto da sprecare,
e neanche una crepa da coccolare.
Noi invece
ostentiamo un sorrisino folle sotto i baffi
(per intenderci: non portiamo i baffi)
e uno sguardo di gioiosa incomprensibile
indeterminazione, che prima di dare un passo
non per due volte si è persi in cavilli
ma per due infinite catene di volte
e dopo averlo dato, per sempre nell’incertezza
di non sapere che altro fare.
Alcuni sono sbocciati – i migliori,
erano più tenaci e presero il volo prima
anche se l’aria era pesante.
I peggiori invece sono, o meglio, siamo in attesa.
A noi riesce di essere
in un modo o nell’atro
aldiquà almeno con un piede
e mezzo dell’altro.
Che non lo sembriamo perché nonostante tutto
strette di mani, numeri di telefono
ordinati, appuntamenti su agende, e legami quanti,
ma quanti!
Da sbattere la testa al muro!
Matti del tipo leggero, volatili,
ingravidi, di quelli che basta
un colpo di tosse per essere scaraventati per aria.
Il peggio è che quando nessuno ci guarda
che gesti magniloquenti!
E quanto di sacro nulla si colma il nostro vuoto!
Che sforzi da compiere per un carico cosi lieve!
Che rabbie e furori
per non perdere le staffe!
Ma alla fine se per caso in una piega
d’acqua (paludosa) o in un vetro appannato o nel fondo
di un bicchiere o in un’ombra, o perfino
in un’altro in cui per sbaglio un’occhiata
non volendo affondiamo:
che paura di non avere una matita in mano!
O un pennarello per ricalcare i bordi diffusi del disegno!
Per un istante almeno la menzogna viene a galla:
è quanto mentiamo e come! È il vizio
di mentire la nostra follia.
(E di saperlo, sotto sotto
che la verità è
una bugia quasi quasi credibile
ma non tanto).
Ero tra amici comuni
e ricordavamo il tuo modo di parlare.
Si pensava quasi a una lieve malformazione
della mandibola, le labbra chiudendosi
si stringevano in un rictus all’insù
verso la parte destra del viso.
Parlavi di traverso, come con riluttanza,
sembrava che trattenessi
tra i denti, per prudenza, ogni cosa prima di dirla,
la masticavi da un lato,
misurandola con cautela, con presunzione.
Parlando e sperando di essere ascoltato con attenzione
perché avresti detto tutto d’un colpo
e poi saresti rimasto un po’ in disparte solo ad ascoltare
e non avresti ripetuto ne polemizzato.
Dopo che ho saputo della tua morte
non ho saputo che dire, come se
mi fosse rimasto nelle mani qualcosa d’estraneo e fragile,
Cosa cambiare, cosa aggiungere
in un momento così?
E le parole che rinvenivano da quei ricordi
si sono appesantite, e sono rimaste lì
cianfrusaglie da conservare dopo, da qualche parte,
non sapevo più che farmene, né se si potesse
modificare punti di vista, impressioni, ricordi.
Sei stato il primo di noi a morire.
-la cosa mi stride nell’orecchio
Di alcuni degli altri ho perso le traccia, di te
è assurdo, ma mi sembra di sapere dove trovarti.
Tutt’un tratto sembri più reale.
I tuoi gesti, la tua impostura, si sono fermati
nella memoria.
(per tutti gli altri –noi, c'è ancora una possibilità
di essere ridisegnati su forme effimere e vive).
Ecco quanto potrei tratteggiare di una figura
che inizia a cristallizzarsi nella memoria:
il suo volto appartato
lo sguardo esile, dietro
gli occhiali spessi,
parlava di suo padre catalano
ai tempi della resistenza, -urbana
chiariva.
Di lui ricordava il crollo di paura se ascoltava il fischio di una sirena,
anche se quella di una fabbrica,
che gli era rimasto anche topo tanti anni.
E adesso mi rendo conto che anche se mentiamo
nel tentativo di essere fedeli ai ricordi
-e inevitabile, quanto si è meschini
se non si è sinceri.