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lettera d'amore a lupe

cristina annino

Con grande
selettività dell’udito l’ho
vista; stando in un luogo certi rumori e non
altri. Nemmeno una
città cuoce niente di simile: fuoco
d’aceto di plastica sulle gambe, anzi
tutt’uno coi tacchi. OH! C’è tanta
gente nell’orchestra che è; rigenera fibra
sintetica mettendo in su i suoi organi sul
mondo quieta bestia e il timpano delle orecchhie.
Spazzata
via la carne tutta insieme come un gabinetto
pubblico, con semplicità orrenda più
del dovuto e piatti a onde radio. Bisogna
avere pazienza: la tranquillità nostra è un
fatto celeste o anale, non c’è differenza né arte
di mezzo o cultura in genere. Lei pare
dica ho paura del diavolo ma devo guardarlo, andare
in casa sua a mostrargli la plastica, spaventarlo
e tornare indietro. In un
gabinetto – se hai fegato – può essere bene
il cielo o una piccola belva col dono della
luce tra le zampe, scrisc scrisc fin sotto
terra, da dove spuntano le gambe degli alberi
del caucciù.

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Anno 3, Numero 15
March 2007

 

 

 

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