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la soffitta

luis mizon

La casa del respiro

I
La carezza di luce
lascia sul muro
una sua spoglia d’ombra
non c’è nessuno nel giardino
della luce apolide
la nostra storia s’arresta qui
per sentire la vibrazione
più che la parola
la memoria ci ridesta il timpano
storia di nessuno
quasi indovinata
alla frontiera della notte e del mare
alla foce di un fiume
di intoccabili rumori

II
Una città una casa un giardino un balcone
il ricordo di un porto inventato da capo

i mobili si levano in punta di piedi
mio padre il giocatore il rovinato
il melomane
s’accosta sospirando alla finestra
tiene per mano il suo piano
giovane
obeso e timido
guarda la casa del vicino

la sala da pranzo lievita
madame la vetrina in lutto
riceve i suoi invitati
ci sono molti morti
gli avari tutti presenti
morti dal ridere
sono qui per festeggiare il nuovo anno
sempre tanto cortesi
noi ridiamo
un due tre
nessuno si muove

l’hai notato?
gli inquilini della casa accanto
sono rimasti obliqui
anche l’altalena dei bambini
nascosta da una foresta di cappuccina
è divenuta un cannone antiaereo
spara senza arretrare
colpo su colpo
contro aerei virtuali

le granate del silenzio
esplodono sulla luce della mia vita

III
Questo vecchio signore
che si getta sulla sabbia tra i gabbiani
della spiaggia soleggiata
non sono che io


sono io ancora il poeta mai morto
quello che respira
incollato al suolo
ascolta un cavallo al galoppo
nell’estate immensa

il grano selvaggio allinea sulla piana dell’orizzonte
la cavalleria dei suoi indiani folli

il giovane seduto alla tavola di mogano
immobile pensatore contro il muro
sono ancora io
l’ombra della pendola
ha inchiodato le ore
nel mio cuore sghembo
ascolto un sospetto di luce
l’inizio di una storia di mogano
leggo l’avvenire
al fondo del mio piatto bianco
colmo di fiori d’ombra
tracce di felci
impronte fuggevoli
delle nuvole che passano

indovino la maschera del mio cuore
non c’è nessuno che mi parli

IV
Fummo gli ultimi a salire
sul ponte della nave
sulla passerella
ci arrestammo un istante
illuminati dal lampo d’una fotografia
destinata ad altri viaggiatori

il porto
è rimasto per sempre
piegato in una lacrima d’ambra
invisibile e immensa
come il granello di sabbia
nell’occhio di un bambino
o l’ala di una zanzara
nella resina dell’alba giurassica

V
Esploro la soffitta
esamino le prove aleatorie
della mia esistenza
una scialuppa di scorza scambiata
con un pacchetto di sigarette
accanto a una barca arenata
cancellata dalle onde
lettere di mio padre
forse false
una manciata di fotografie della notte
polare
alghe cadono dal cielo capovolto
sulla banchina un leone marino
spartisce il suo pasto zodiacale
un coccodrillo mostra i denti
l’ombra di un cane rallegra un gabbiano

mio padre non pensa mai a me
compra ricordi per il bambino che era
seduto all’estremità di un tavolo
di una casa o di un porto
all’estremità
ancora inesplorata del mondo

nella candela del mio indice
fattosi autodafé
un piccolo ragno amoroso
brucia come una stella
caduta in un bicchiere
d’acquavite

VI
Se avessi avuto un fratello sarebbe divenuto
cacciatore del nulla
come me

se avessi avuto una sorella
avrebbe saputo cacciare il nulla
senza appello come me

se avessi avuto una madre
avrebbe saputo far nescere il mio viso in lacrime
tra le gambe della rosa dei venti

se avessi avuto un padre
il suo fiore di selce
avrebbe aperto petali di fuoco
sulla fronte invisibile di un gigante

nessun timore
una biglia di cristallo
una bolla di carta d’argento
legata a un elastico
cacciano altrettanto bene il nulla
che lo schiaffo di una scimmietta
sulla guancia del sole calante

VII
Conservo nel fondo l’immagine
dei miei amori impossibili
rosso di rossetto
il ragno velenoso
freme nell’angolo
è celebre
è tenero
ma i suoi baci sono pericolosi
bella di messe matura
la farfalla rossa
danza nelle labbra della luna
gonfia e disamata
lascia anche il disegno d’un bacio

una scimmia freddolosa
si masturba guardando l’orizzonte
nel cavo della sua mano
cade il sangue del sole calante

VIII
Sulla copertina del mio libro
fiuto un odore di cuoio salato
cosparso di stelle
e l’odore del mare

indovino la scrittura degli alberi
la bella calligrafia
dell’ossido marino
imparo a memoria il rame
il bronzo
il carbone e lo zolfo
leggo l’inchiostro del trifoglio
recito ad alta voce
il fiore d’arancio
ma come imparare a leggere
il libro trasparente
dove scrivo il mio naufragio?

IX
Colori inattesi
segni più folli
dell’erba folle
crebbero sul terreno incolto
del mio corpo

dalle vendemmie di luce
raccolgo uccelli maturi
becchettano la punta dei seni delle nuvole
quasi vergini
la luce aspra
attira la vespa e la farfalla
sono il custode di un tesoro
di terraglie in frantumi

il mio vigneto mi dice
a voce bassa
«il tuo vino sarà buono
ma il tuo olio sarà amaro»


Traduzione di Mia Lecomte

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Anno 3, Numero 15
March 2007

 

 

 

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