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joy harjo

Sì, ero proprio io a tremare di coraggio, con un fucile del governo
alla schiena. Scusa se non ti ho salutato come meritavi, tu che sei mio parente.

Non erano mie le lacrime.Io ho un serbatoio interno. Saranno poi versate
dai miei figli, dalle mie figlie se non imparo a trasformarle in pietre.

Sì, ero io quella in piedi alla porta sul retro, nel vicolo, con
una bracciata di grano per i vicini.

Il diluvio di sangue non l’avevo previsto. Non pensavo che loro, dimenticata l’amicizia,
sarebbero tornati ad ammazzare me e i bambini.

Sì, ero io quella che volteggiava sulla pista da ballo. Che confusione abbiamo fatto
e che felicità. Ho amato tutto il mondo in quella musica sciocca.

Non ho capito la danza terribile in mezzo al ritmo secco dei proiettili.

Sì. L’ho sentito l’odore di grasso bruciato dei cadaveri E come una scema ho sperato
che le nostre parole si sollevassero a inceppare l’artiglieria in mano ai dittatori.

Dovevamo andare avanti. Cantavamo il nostro dolore per depurare l’aria dagli spiriti nemici.

Sì, certo che le ho viste quelle terribili nuvole nere mentre cucinavo. E i
messaggi che i moribondi scandivano nel tramonto cinereo. Tutti quanti dicevano:
‘madre’.

Non c’era niente di questo nei notiziari. C’erano sempre le stesse cose.
La disoccupazione che saliva. Un’altra regina incoronata coi fiori. Poi c’erano
i risultati sportivi.

Sì, la distanza era grande tra il tuo paese e il mio. Però i nostri bambini
giocavano insieme nel viottolo tra le nostre case.

No. Non litigavamo mai.


Joy Harjo Honolulu, HI 2003
traduzione di Andrea Sirotti

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Anno 3, Numero 15
March 2007

 

 

 

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