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rebeka

erminia dell'oro

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari,
e fui contento perchè rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei, e stetti zitto.
perché mi erano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali
e fui sollevato, perché erano fastidiosi
Poi vennero a prendere i comunisti,
e io non dissi niente,
perché non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me,
e non c'era più nessuno a testimoniare.
Bertold Brecht

'Quando cantava si fermava anche il vento ad ascoltarla. E di notte si affacciavano tutte le stelle. La sua voce attraversava gli spazi, l'ascoltavano nei deserti, sui monti. Cantava la ninna nanna ai bambini e accompagnava, con il canto, il lungo viaggio dei morti. Dicono che uno di noi, dall'altra parte del mondo, abbia catturato delle note. Non si sa dove siano nascoste. Un giorno andremo nelle grotte del vento, a cercarle'.
Era Sonia, sua sorella maggiore, a raccontarle la storia di Laila, la loro bisnonna, trasformandola in favola, aggiungendo, ogni volta dei particolari fantastici.
-E poi?-. Rebeka conosceva la fine, ma voleva riascoltarla. Non c'era nulla da inventare, né da aggiungere, nell'epilogo. Rebeka lo aveva capito.
-C'è stata la guerra, si sono spostati qua e là. Fuggivano. Lei l'hanno presa insieme al marito Mirko e al loro primo figlio. Aveva vent' anni. Hanno preso i suoi fratelli, sua madre. Tanti altri.
- E sono morti?
- Sì. Sono morti. E' tornato zio Gher, ma lui è vecchio, molto vecchio, non parla. E' sempre stato vecchio, dicono, da quando è uscito da quel campo. E' sempre stato muto.
Sonia non aggiungeva altro.

Era stata la sua maestra di quarta, Roberta, a rassicurarla. Avevano parlato in classe dei rom. Rebeka si era fatta coraggio ed era riuscita a raccontare qualcosa della sua bisnonna.
- Non è vero - Giovanna, sua compagna, ridacchiava - lei si inventa le storie. E' bugiarda.-
La maestra Roberta l'aveva interrotta.
- Di queste storie vere purtroppo ce ne sono tante. Dobbiamo ascoltarle. Rebeka non è bugiarda, chiedile scusa.-

Mentre camminava sul sentiero fangoso, trascinando lo zaino, Rebeka pensava alla sua maestra. Giovane, esile, sempre pronta ad ascoltare, a rassicurare. Anche a sgridare, qualche volta.
Suo padre si era vestito a festa, sbarbato, si era messo il cappello, aveva comperato delle margherite gialle per andare a ringraziarla, alla fine dell'anno.
- Le manderò anche il piccolo - le aveva detto, commosso.
Eppure Roberta aveva fatto fatica con lei, soprattutto quel primo giorno in cui Rebeka aveva allagato il bagno, per lo stupore di vedere tutta quell'acqua che usciva dai rubinetti.
- Non sarà facile addomesticarla - erano state le parole delle direttrice.
Trascinava lo zaino e pensava a Roberta. Non l'avrebbe più rivista. Non ci sarebbe stata una quinta classe con lei.
E non avrebbe rivisto Arianna, l'amica che la invitava a casa sua, né Bilal, il ragazzino con gli occhi neri come il carbone, sempre accesi di curiosità. Le aveva regalato un libro, sua mamma faceva la bibliotecaria.
Pensò che era riuscita a mettere nello zaino i quaderni, i libri, le matite colorate. Anche il coniglio nero, Sonny, il peluche che le aveva dato Arianna.

Sonia si voltò verso di lei.
- Quando ci fermiamo Sonia? Sono stanca.-
- Presto. Da qualche parte. Ora facciamo una breve sosta. Per i piccoli-.

Rebeka si sedette sullo zaino. Si voltò. Avrebbe voluto piangere, urlare. Ma era stanca. Anche i bambini avevano lanciato sassi, anche i ragazzi, i vecchi. Via, via,via.
Sentiva la voce lontana di Rupali, che la chiamava, che avrebbe voluto salvarla. L'amica indiana. Poi, il fuoco.

Una nuvola di fumo saliva verso il cielo nero. Una favilla brillò per un attimo, si spense. Rebeka vide nella nuvola la sua bisnonna.
Bella, sorridente. Cantava. Si affacciavano le stelle. Qualcuno aveva liberato la voce nelle grotte del vento, per regalarla a lei, nella notte di fuga. Il canto la sollevava nell'aria, la gonna a fiori ondeggiava.

- Rebeka dobbiamo andare. Svegliati.-
Il nonno la sollevò, prendendola in braccio.
- Stai tranquilla, nessuno ci farà del male. Loro saranno puniti.
Il corteo d'ombre attraversò la notte.

Se ne stava seduta sullo scalino di una stazione della metropolitana, a Milano.
Mi aveva colpito la sua immobilità, lo sguardo assente, come lei non ci fosse, nel mondo.
Alla mia domanda mi aveva risposto una giovane donna accanto a lei.
- Non vuole parlare - aveva detto, in un faticoso italiano - si chiama Rebeka. Non parla con nessuno.
Un vento gelido attraversava la scalinata.
Gente che saliva, scendeva, investita dalla corrente d'aria gelida. Gente senza sguardi, senza voce, nella fretta di salire e scendere, di scendere e salire.

Non so quale sia la sua storia. Ne ho cucite due o tre, vere, per scriverne una. Ma la dedico a lei, a Rebeka.

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Anno 5, Numero 20
June 2008

 

 

 

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