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la lingua dell’emigrazione in jo també sóc catalana di najat el hachmi

sara chiodaroli

Najat El Hachmi, autrice marocchina di origine amazigh, pubblica il suo primo romanzo in catalano nel 2004 intitolato Jo també sóc catalana. L’opera offre uno scorcio sull’attuale realtà migratoria in Spagna, precisamente nella regione della Catalogna. È un dialogo interiore pseudo autobiografico che ci conduce, attraverso la viva voce della protagonista attraverso le diverse fasi della sua vita. Alternativamente ci ritroviamo a rivivere l’età dell’infanzia vissuta in Marocco, l’arrivo nella città spagnola di Vic, l’età dell’adolescenza e il suo presente, caratterizzato dalla nascita del figlio, primo e fondamentale interlocutore in questo discorso interiore. In questo testo si può rintracciare il legame tra lingua e memoria, un’occasione per esplorare le mille sfumature e le svariate e imprevedibili opportunità offerte dall’incontro con un mondo diverso, per quanto spesso reso difficoltoso da una imprecisa idea di cultura e integrazione.
Nel romanzo emerge l’importanza del tessuto linguistico d’origine della protagonista poiché si offre come punto di partenza per la conoscenza del mondo intimo, quello degli affetti, e del mondo esterno ed estraneo, in seconda battuta. Si tratta della lingua amazigh, la lingua della memoria e il legame con il mondo dell’infanzia. Il Marocco è innanzitutto il luogo che l’ha vista nascere, spazio degli affetti familiari e della lingua che lo abita o, meglio ancora, che abita i territori della famiglia. Questa lingua offre una prospettiva ulteriormente interessante rispetto al panorama linguistico proprio del Maghreb, poiché si affianca all’uso dell’arabo, lingua ampiamente utilizzata ma tuttavia non maggioritaria in diverse zone del Marocco, dove è invece l’amazigh a rappresentare la lingua della quotidianità.
La lingua è la culla della nascita, del calore dei ricordi, non a caso sono proprio le parole degli affetti a emergere in lingua amazigh nel racconto, come imma, ovvero “mamma”.

Iimma era veure’m reflectida en els teus ulls amb la mateixa imatge de la meva mare [...]. Mamá és molt més neutre, és una imatge de mare que no conec, que no he palpat de prop.1

L’esperienza del chiamare la propria “madre” è essenzialmente legata alla questione linguistica: è un luogo geografico, mentale ed emotivo. La sua esperienza di figlia è indissolubilmente legata a questo termine, e infatti viene proiettata nel presente su colui che ora potrà rivolgersi a lei allo stesso modo. La forza del legame tra storia e lingua emerge in questa approssimazione linguistica dell’esperienza passata al presente. Tuttavia il figlio della donna, nato e cresciuto in un luogo differente, respirando un’altra lingua e nuovi modi di esprimere l’intimità degli affetti, alterna quel iimma a mama e mami, creando spaesamento nell’animo della madre, la quale in ogni modo intravede in questa novità linguistica, inconsapevole, gli indizi di un viaggio linguistico, culturale ed esistenziale, orientato verso spazi nuovi, inesplorati e imprevedibili.
Nel momento in cui la protagonista si sente chiamare dal figlio con questa espressione, essa entra in contatto con il mondo che quella parola incarna: nella sua semplicità essa sublima gli impalpabili ricordi del passato, fonte di calore e di protezione, capaci di offrire riparo dalle intemperie di un esilio chiamato emigrazione. E infatti l’esperienza di cui qui si parla è certamente quella dell’emigrazione, ma i postumi di questo “viaggio” potrebbero rientrare nell’esperienza degli esuli seguendo il seguente percorso:

- emigrazione e frattura - conoscenza del nuovo Paese – ritrovamento del sé nella nuova realtà – riconoscimento dell’idea di nuova “patria” – espulsione simbolica dal Paese d’origine – espulsione simbolica dal Paese europeo con le manifestazioni di razzismo

L’emigrazione allontana i figli dei paesi dal loro grembo ma non ne recide mai il cordone ombelicale. La loro presenza fisica, geografica e spirituale, nella dimensione del ricordo mantengono vivo questo legame. È un ricordo doloroso che si desidera spasmodicamente. È un ricordo che si ricerca continuamente perché l’addio, per quanto sia origine della sua espulsione politica o esistenziale, si carica di disperazione per l’abbandono di un paese che si ama e che ancora si vorrebbe amare. L’immagine del Paese è ancora tangibile e si crede nella sua esistenza, qualora un giorno il migrante decidesse di farvi ritorno.
L’esilio genera ologrammi, immagini diffuse di nebbia inconsistente. Si desidererebbe poter toccar con le proprie mani il volto della terra lasciata, ma la consapevolezza che quel volto sia ormai trasfigurato in qualcosa d’altro rende quel desiderio una disperazione. La disillusione è forte, poiché l’esule già sa che il paese amato e abbandonato non sarà più lo stesso. L’impossibilità del ritorno è data dalla metamorfosi dell’oggetto stesso del ricordo.
E nell’esperienza della protagonista, che si potrebbe inquadrare in quella che accomuna generalmente i cosiddetti “immigrati di prima generazione” – considerando che ha vissuto quasi per intero gli anni dell’infanzia in Marocco e ha potuto sperimentare il distacco e il confronto con la Spagna – ripetutamente si fa strada l’idea della “metamorfosi” del sé che si proietta in un non-riconoscimento in quello che è stato il suo passato. Attraverso la struttura narrativa, suddivisa come in simbolici cassetti della memoria, emerge una ferita non rimarginata tra passato e presente. Nel racconto della partenza, pennellata attraverso la percezione emotiva dell’epoca dell’infanzia, le due dimensioni non trovano una via di riconciliazione e lasciano aperta una falla irrisolta nella parola della protagonista.

S’havien acabat els contes, les històries fragmentadas que, com Sharazat, la mare ens explicava cada nit […] escoltar els grills al cap-vespre i aquella sensació intrauterina dels relats a les fosques eren a quilòmetres de distància. Qui ens havia de dir que aquell seguit d’absències duraria toda la vida. Alguna cosa ben adins de tots nosaltres semblava esqueixar-se i en la humitat d’aquell indret estrany es podia flairar un cert deix de tristesa.2

Il nuovo spazio non è un luogo cercato con piena consapevolezza, né tantomeno capace di accogliere la vita emotiva dei suoi nuovi abitanti, poiché semplicemente è un luogo diverso e mai potrà corrispondere a quello che si è lasciato.3 È privo delle persone che rendevano speciali le serate trascorse ad ascoltare le favole della buona notte, rivestite della misteriosa magia che soltanto le immagini dell’infanzia riescono a mantenere viva. La rottura improvvisa di quella fase perfetta, caratterizzata dalla spensieratezza, giunge con la notizia della partenza per l’Europa. Siamo alla fine degli anni Settanta; la Spagna non era ancora meta d’immigrazione di massa, come invece sarebbe accaduto nell’arco di un decennio, tuttavia dopo la conclusione della dittatura di Francisco Franco cominciava gradualmente ad attrarre migranti dall’Africa e dall’America Latina. In quegli anni Espanya era la quimera que començava a despuntar com un iceberg, encara no hi havia gaires inmigrantes que aspiressin al somni europeu, encara es podia viatjar sense una oferta de treball4, era evidentemente una fase iniziale del fenomeno migratorio europeo e la Spagna non aveva ancora una Ley de extranjería mirata a contrastare l’arrivo di stranieri. I discorsi della madre e dei nonni della protagonista su quel luogo sconosciuto, inimmaginabile agli occhi di una bambina e soltanto riconducibile a una parola dai suoni lontani Espanya, erano sempre più numerosi e man mano si avvicinava la possibilità di raggiungere l’altra sponda dello Stretto, oltre a visualizzare finalmente la figura lontana del padre, da anni emigrato per lavoro nella penisola.
In questa fase della narrazione l’immagine del paese dell’infanzia ha tinte nitide e decise, non lascia spazio a incertezze ed esitazioni; quelle immagini rimarranno per sempre marchiate nella memoria emotiva della protagonista e non solo, saranno anche le ultime tracce che resteranno di quel mondo antico. Il giorno della partenza, un dia esplèndid, a Melilla. […] d’aquells que es recorden tota la vida, d’aquells que et vénen al cap quan la morte t passa pel devant5, era una splendida giornata di sole per affrontare il viaggio via mare; la protagonista ricorda l’ultima passeggiata a fianco della nonna che, attonita alla vista degli alti edifici nei pressi del porto, entrava per la prima volta in una città. La narratrice sottolinea l’unicità e la non ripetitività di quei gesti; i ricordi che precedono la partenza sono un punto di non ritorno, segnano il passaggio da un mondo all’altro, simboleggiato dall’attraversamento geografico dello Stretto di Gibilterra, e la chiusura di una dimensione esistenziale che verrà suggellata dal potere del ricordo, senza possibilità di riattivarsi nella realtà. Quella giornata al porto di Melilla serbava già il sentimento del desarraigo, dello sradicamento dal tempo e dallo spazio. E infatti, dopo alcuni anni, in occasione del primo viaggio di ritorno al villaggio natio, la protagonista avrebbe capito che cosa aveva significato quell’ultimo addio. Dopo anni di soggiorno in Spagna si sarebbe ritrovata a recuperare els racons d’un país oblidat que amb prou feines era el nostre6.
Si fa più evidente quella che Shütz definisce la “sindrome del reduce”, uno stato di sospensione spazio-temporale tra il qui e il là, tra un prima e un dopo. Una percezione che sopraggiunge nel momento simbolico del ritorno in patria o, nel caso del nostro romanzo, in occasione di una breve visita familiare nel villaggio natio: egli si crede in uno strano paese, uno straniero tra stranieri.7 Attraverso delle esperienze sensoriali la ragazza tenta di ricostruire una relazione tra il suo nuovo sé, bordato di una nuova lingua - il catalano - e di nuove immagini - la grande città e gli spazi urbani, e quello lasciato alle spalle. Tuttavia è proprio attraverso i suoi sensi che le esperienze dell’infanzia, come l’andare a raccogliere l’acqua dal fiume e trasportarla fino a casa, atto compiuto innumerevoli volte con grande agilità, mostra la sua distanza dal presente. Quel giorno, dopo il suo arrivo in Marocco per le vacanze, guardò un gruppo di bambine mentre lo facevano e non vi si riconobbe. S’immaginò con goffaggine e imbarazzo, mentre cercava di barcamenarsi tra il peso del contenitore e l’incertezza del suo passo sulla strada sterrata a piedi scalzi. Avverte innanzitutto nel suo corpo i segni del distacco e del tempo trascorso. E poi ancora, la magrezza che la contraddistingue esprime un’abitudine alimentare, un immaginario di bellezza e di femminilità differenti da quelli che si scorgono nei corpi delle donne del villaggio. Il suo sguardo rivolto alla cultura di quel luogo si era fatto estraneo all’oggetto guardato, era diventato per l’appunto uno sguardo dall’esterno: Ens miràven els voltats del poble amb ulls de turista.8 I suoi occhi vedono e notano le particolarità del paese, riconoscendone l’“estraneità, rispetto al nuovo “senso comune condiviso”9, acquisito nel luogo d’approdo, la Spagna.
Si coglie una netta dicotomia tra il mondo lasciato e quello raggiunto, come se non fosse possibile un’integrazione delle due anime in una terza, ma in realtà nel corso della narrazione questa idea muta verso un’idea più malleabile e osmotica. Crescendo il suo sguardo si posa con più delicatezza sul valore dei ricordi e della realtà e giunge a una sintesi equilibrata tra il sé dell’infanzia e il sé dell’adolescenza vissuta in Spagna. Le due anime trovano un punto d’incontro nella consapevolezza dell’inapplicabilità dell’idea di un’identità monolitica e serrata. Di fronte al bivio tra il sentirsi catalana o il sentirsi marocchina, vissuto fino a quel momento come una scelta necessaria e definitiva, sceglie con lucidità la strada della vita e dell’imprevedibilità delle differenze. L’insistenza di coloro che cercano di etichettare chi non rientra nelle categorie prevedibili e riconoscibili viene ridicolizzata e segnalata come un’assurda ricerca di senso: ma no ens calen etiquetes, […]. Al cap i a la fi, ningú tè dret a preguntar-te: i tu come t sents, més catalá o més marroquí?.10 Questa visione monolitica dell’idea di integrazione viene notata e analizzata dal personaggio, individuando i responsabili in coloro che assistono dall’esterno al suo processo di crescita tra i due mondi. Da un lato, i familiari marocchini scorgono nel suo modo di vestire, di comportarsi e di parlare indizi di estraneità, immediatamente sottolineata con tono di rammarico in espressioni come Jo ja ho sé que tu ets espanyola, no cal pas que te n’amaguis. Vosaltres ja no sou d’aquí, nena, ara ja no11, dall’altro gli stessi concittadini di Vic riconoscono in lei solo gli elementi dell’integrazione nella cultura locale e in un certo senso addomesticano la sua identità adattandola il più possibile alla loro. L’autrice intuisce nei discorsi sull’integrazione una volontà alla “disintegrazione” dello straniero

Quand algú et diu que t’integris, el que en realitat t’está demanant és que et desintegris, que esborsi qualsevol rastre de temps anteriors […] que ho oblidis tot i només recordis els sues recorsds, el seu passat.12

Le parole di Martí, il vicino di quartiere, illustrano questa intenzione: Així m’agrada, Najat, has après a parlar catalá molt de pressa, tu ja ets d’aquí, oi?.13 Il fatto che la protagonista parli un’altra lingua viene interpretato dai locali come una disintegrazione della sua identità pregressa, come se non fosse possibile all’essere umano l’eventualità di arricchirsi di un nuovo tratto culturale senza necessariamente rinnegarne un altro. La conoscenza dell’altro viene semplificata in un atto di riconoscimento di somiglianza o di differenza, obliterando ogni tratto che non sia assimilabile all’idea che lo sguardo ha costruito e creando una mappa di omologie che non corrisponde al variegato mondo interiore di ogni individuo.14 L’atteggiamento delle due comunità, quella familiare e quella spagnola, evidenziano una comune attitudine nell’approccio con l’altro. Il personaggio vive con spensieratezza la conoscenza di questo luogo nuovo e riesce in qualche modo a riunire i lembi della sua storia lacerata tra due sponde, se non all’inizio nel comprensibile momento traumatico del distacco e tranne nel momento in cui viene a conoscenza della visione geometrica delle persone che la circondano. In ultimo – e in questo s’inserisce il tema dell’espulsione che chiude momentaneamente il circolo di costruzione dell’io del personaggio – si parla dell’avvento della xenofobia e del razzismo. La lontana e sconosciuta parola “immigrato” giunge come un fulmine a cielo sereno nella sua percezione di sé nel mondo spagnolo, ormai sua realtà quotidiana, e colpisce la sua attenzione indirettamente attraverso i media. Lo strumento intermediario inizia a costruire una barriera invisibile nella comunità. Le parole usate dai notiziari si insinuano tra la pelle delle persone che fanno parte del suo ambiente. Da un giorno all’altro quelle parole costruiscono dei soggetti dalle caratteristiche snaturate rispetto alla loro origine e subiscono la violenza linguistica di ciò che è stato detto. Nel dire e nel dare un nome vengono costruiti dei soggetti nuovi, la cui novità risiede non nella loro essenza ma nella percezione che gli altri hanno di essi. È l’oggetto osservato e descritto a mutare, o meglio a subire una mutazione ontologica. La barriera prende vari nomi: “immigrazione”, ”clandestinità”, “criminalità organizzata”, “diversità”. La protagonista udì per la prima volta la parola immigrants associata alle immagini della sua scuola, “assediata”, secondo i notiziari, dalla predominanza di alunni stranieri. Si precipitò a cercarne il significato nel dizionario: immigrar: establirse temporalment o permanentment en un territori provenint d’un altre territori. Però jo no acabava de sentir-m’hi identificada, ¿qué volía dir que ara ens distinguessin immigrants, deixàvem de ser els mateixos o només teníem un nou nom?.15 Si fa strada il senso di straniamento; la condizione reale vissuta fino a quel momento si mostra da un’altra prospettiva, quella degli altri e dei noi. L’idea di un noi condiviso è stata risultato di un conflitto interiore tumultuoso, risolto a fatica in un riconoscimento del senso comune del luogo d’arrivo, e attraverso la semplice parola immigrants a essa viene inferto un taglio profondo, capace di far riemergere le amarezze di quel lontano senso di disorientamento. Ancora una volta è l’esperienza dello spaesamento spazio-temporale a segnare la vita della protagonista; tuttavia in questo frangente il ricordo del vissuto rende ancor più doloroso il ripresentarsi di una nuova “espulsione”:

Non podien rebutjar-nos ara, era massa tard, havíem tornat al país que ens va veure néixer i ja no ens hi reconeixíem, quin dret tennia tota aquella gent a fer-nos sentir exclosos del nostre propi país?[…] M’emocionava amb les cancons de Sau i Sopa de Cabra, em sentia com qualsevol altra noia de la meva etat, en la complexidad de l’adolescència, experimentava les mateixes inquietuds. Qui tenia dret a fer-me sentir malament, a propizia-me un trencament, una crisi d’identitat que trigaria molt de temps a superar.16

Bibliografia:
El Hachmi, Najat, Jo també soc catalana, Columna., Barcelona, 2004.
Zambrano, María, Los bienaventurados, Siruela, Madrid, 1990.
Schutz, Alfred., Il reduce, in Saggi sociologici, UTET, Torino,1979.
Floriani, Sonia, Identità frontiera, Migrazione, biografie, vita quotidiana, Rubbettino, Cosenza, 2004.
Jabés, Edmond, Uno straniero con, sotto il braccio, un libro di piccolo formato, Edizioni SE, Milano, 1991.

1 EL HACHMI, Najat, Jo també soc catalana, Columna., Barcelona, 2004, p. 23. “Iimma era come vedermi riflessa nei tuoi occhi con la stessa immagine di mia madre […]. Mamá è molto più neutro, è un’immagine di madre che io non conosco, che non ho toccato da vicino.” (N.d.r.).
2 Ivi, p.33. “Erano finiti racconti, le storie interrotte che, come Sherazade, la mamma ci raccontava tutte le notti […] stare ad ascoltare i grilli al tramonto e quella sensazione intrauterina delle storie nell’oscurità, tutto questo era a chilometri di distanza. Chi l’avrebbe mai detto che quel senso di assenza sarebbe durato tutta la vita. Qualcosa di ben nascosto dentro di noi sembrava lacerarsi e nell’umidità di quel luogo straniero si poteva aspirare un certo non so che di tristezza.” (N.d.r).
3 ZAMBRANO, María, Los bienaventurados, Siruela, Madrid, 1990.
4 EL HACHMI, Najat, p. 173. “la Spagna era la chimera che iniziava a spuntare come la punta di un iceberg, non erano ancora tanti gli immigrati che aspiravano al sogno europeo, ancora si viaggiava senza un’offerta di lavoro.” (N.d.r.).
5Ivi, p.183. “una giornata splendida a Melilla […], uno di quei giorni che si ricordano per tutta la vita, di quelli che ti passano davanti quando giunge la morte” (N.d.r).
6 Ivi, p. 71. “il racconto di un paese dimenticato che ormai a stento sentiva suo”. (N.d.r).
7 SCHUTZ, Alfred., Il reduce, in Saggi sociologici, UTET, Torino,1979, p. 390.
8 EL HACHMI, Najat, p. 74, “Ci guardavamo attorno con gli occhi da turisti” (N.d.r.).
9 FLORIANI, Sonia, Identità frontiera, Migrazione, biografie, vita quotidiana, Cosenza, Rubbettino, 2004, pp.49-50.
10 EL HACHMI, Najat, p. 92. “non abbiamo bisogno di etichette, […] In fondo, nessuno ha il diritto di chiederti: e tu come ti senti, più catalana o marocchina?” (N.d.r.).
11 Ivi, p. 72. “Io l’ho già capito, tu sei spagnola, non c’è bisogno che lo nascondi. Voi non siete più di qui, adesso non più”. (N.d.r.).
12 Ivi, p. 90. “quando qualcuno ti dice di integrarti, quello che in realtà che ti sta chiedendo di fare è di disintegrarti, di rimuovere ogni traccia del tempo addietro […], di dimenticare tutto e di non ricordare i tuoi ricordi, il tuo passato.” (N.d.r.).
13 Ivi, p.64. “Così mi piaci, Najat, hai imparato velocemente il catalano, adesso sei una di noi, vero?” (N.d.r.).
14 JABÉS, Edmond, Uno straniero con, sotto il braccio, un libro di piccolo formato, Edizioni SE, Milano, 1991 (dal francese Un étranger avec, sous le bras, un livre de petit format, Edition Gallimard, Paris, 1989). Cfr. p. 57.
15 EL HACHMI, Najat, pp.78. “immigrare: stabilirsi temporaneamente o permanentemente in un territorio venedo da un altro. Ma io non mi identificavo in quella definizione, voleva dire che adesso ci saremmo identificati come immigrati, non saremmo più stati gli stessi o era solo un nuovo nome?” (N.d.r.).
16 Ivi, p. 79, “Non potevano rinnegarci adesso, era tardi ormai, eravamo tornati nel paese che ci ha visto nascere e non ci riconoscevamo più, che diritto aveva tutta quella gente di farci sentire esclusi dal nostro paese? […] Mi emozionavo con le canzoni di Sau i Sopa de Cabra, mi sentivo come una qualsiasi ragazza della mia età, nelle difficoltà dell’adolescenza, provavo le stesse inquietudini. Chi aveva il diritto di farmi star male, di procurarmi una lacerazione, una crisi d’identità che avrei impiegato molto tempo per superare” (N.d.r).

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Anno 6, Numero 24
June 2009

 

 

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