Nota biografica | Versione lettura |
Premessa: In quest'anno scolastico 2009-2010, le Associazioni Luca Rossi e Centro Culturale Multietnico La Tenda (associazioni che operano nel territorio di Milano-quartiere Dergano Bovisa), in collaborazione con la Scuola Media statale di via Maffucci-Milano, hanno indetto un concorso per gli studenti dal tema "l'incontro con le altre culture". Hanno inviato testi n.27 alunni e una classe intera. In questo numero pubblichiamo i lavori dei primi tre classificati. Nel corso dell'anno verranno pubblicati anche gli altri.
L’auto si stava avvicinando al cancello della chiesa e quando entrò nel giardino tutta la gente la fissò. Lo sportello si aprì e ne uscirono due uomini: l’autista e un signore di colore che indossava il clergyman. Tutti lo fissavano con aria interrogativa, ma lui impassibile li salutava sorridendo. Un bimbo si avvicinò a lui e disse: - Tu sei il nuovo prete? - e lui annuì.
I presenti cominciarono a borbottare mentre il sacerdote si addentrava nella chiesa.
- Lei deve essere don Abdul, il sostituto di don Carlo! – esclamò il prete che gli andò incontro.
- Si, sono io – si presentò – lei come si chiama? -
- Sono don Stefano, ma puoi anche chiamarmi solo per nome. Vieni, ti mostro la parrocchia e ti presento gli altri sacerdoti. -
Cominciarono a camminare sul freddo marmo rosa della chiesa fino ad arrivare in sacrestia. Lì si trovava don Eugenio, un ometto di bassa statura e pancia tonda, capelli corti e occhi scuri. Don Stefano presentò il nuovo compagno, e anche lui fu molto gentile con Abdul.
Dopo una breve chiacchierata tra preti, don Stefano gli spiegò l’ordine delle messe: quella delle 9:30 viene celebrata da don Eugenio, delle 12:00 da don Abdul e l’ultima da don Carlo, alle 18:00.
Don Abdul uscì dalla parrocchia e vide molti ragazzi giocare nel campo da calcio dell’oratorio, e mentre lui si avvicinava alla sua macchina salutando l’autista, tutti lo guardarono con disprezzo. Lui se ne accorse e si rese conto che sarebbe stato un periodo difficile lì. Il giorno seguente, infatti, si presentò davanti alla chiesa e due ragazzi lo bloccarono dicendo: - E tu saresti il nuovo prete? Non vogliamo neri nel nostro quartiere! – e fissavano con rabbia il povero sacerdote che era rimasto impietrito.
Arrivato in sacrestia si preparò per la messa, entrò in chiesa e guardò i credenti. Quando si posizionò dietro l’altare e finalmente tutti lo videro, Abdul si accorse che tutti lo guardavano sbalorditi. Cominciò a parlare, ma mentre il tempo passava le persone cominciarono a guardarlo anche male. Nel momento dell’Eucarestia, quasi tutti cercavano di non avvicinarsi troppo al sacerdote, come se avessero paura di farsi attaccare una malattia.
Alle 18:45 di quella sera finì la messa di don Stefano, e Abdul si fece trovare in sacrestia.
- Buona sera, don Stefano. Volevo invitarla a cena, lei è d’accordo? – chiese subito Abdul, e l’amico accettò.
I due sacerdoti si incontrarono in un piccolo ristorante vicino alla chiesa, in un' atmosfera tranquilla con pochi clienti.
- Voglio parlarle – sussurrò Abdul, e poco dopo cominciò a spiegare: - Quando sono arrivato in parrocchia, ieri pomeriggio, ho notato che c'é diffidenza verso di me, e durante la messa tutti mi hanno guardato come per dire “cosa ci fa lui in chiesa?”. Io non ho fatto nulla, non capisco perché non mi accettano!
Don Stefano poggiò la sua mano su quella di Abdul e gli rispose: - Non devi preoccuparti, siamo a Roma, e qui tutti si credono più importanti degli altri solo perché vivono nella capitale d’Italia, ma tu sai benissimo che siamo tutti uguali, davanti alla legge e a Dio! – con tono calmo lo rassicurò. Mangiarono insieme e restarono a parlare di loro.
Dopo qualche minuto uscirono dal ristorante e Abdul vide che sulla sua auto era stata incisa una frase razzista. Non ci pensò e tornò a casa.
Il giorno dopo il prete andò in parrocchia e mentre si dirigeva verso la sacrestia, lo fermarono ancora dei ragazzi, ma questa volta erano più numerosi. Lo presero in giro e cominciarono a spingerlo.
Nessuno aiutò il povero sacerdote, nemmeno quando i ragazzi cominciarono a picchiarlo.
Scapparono e il prete rimase a terra. Il sacrestano, non vedendolo arrivare per la messa, uscì dalla chiesa e lo vide disteso sull’asfalto. L’uomo chiamò subito un’ambulanza e la polizia, che dopo qualche minuto arrivarono.
A sostituirlo ci pensò don Stefano, mentre don Eugenio lo accompagnò all’ospedale, dove rimasero per quella notte. Dopo alcuni esami Abdul poté ritornare a casa. Non erano rimasti gravi segni, ma molti ematomi sparsi su tutto il corpo che avevano causato forti dolori.
Al contrario dei consigli che i medici gli avevano dato, Abdul si presentò in parrocchia già il giorno dopo. Quando entrò in chiesa tutti lo fissavano in silenzio, osservando quelle macchie nere che si confondevano con la pelle. Cominciò a parlare tranquillamente.
Dopo aver letto il Vangelo restò per un attimo in silenzio, ma quando cominciò a parlare non si riferì alla Lettura del giorno.
- Mi chiamo don Abdul, sono venuto qui per sostituire don Carlo – le persone lo ascoltarono concentrate – Sono nato in Africa, in Congo, e mi sono trasferito in Italia quando avevo sei anni; mi sono convertito al Cristianesimo e ho deciso di diventare sacerdote. Per tutta la vita sono stato trattato come un essere diverso da tutti, e così anche tutti gli altri africani, ma non capivo il perché. Qualcuno di voi sa forse spiegarmelo? – fissava insistentemente i credenti che lo ascoltavano - Voi non credete nell’uguaglianza dell’uomo? – nessuno rispose.
Tutti erano confusi e pensavano alle parole dette dal prete, che intanto continuava a parlare: - Due giorni fa sono stato aggredito da alcuni ragazzi razzisti che mi hanno fatto andare all’ospedale; qualcuno di voi era presente quel giorno, eppure non mi ha soccorso. Tutti voi mi odiate, ma perché? Scommetto che nemmeno voi mi sapete dare una risposta e mi chiedo se mai vi potrò vedere pentiti per questo. -
Tra i presenti regnava il silenzio. Il prete si fermò e continuò la messa.
Appena finì tornò in sacrestia. Uscito dalla chiesa vide davanti a sè un uomo che lo fissava: - Mi può confessare? – gli chiese.
Abdul gli sorrise e lo invitò ad entrare.
Nei giorni seguenti al suo arrivo, tutti lo guardavano e lo salutavano, i bambini giocavano con lui e i ragazzi chiacchieravano. Abdul si sentì più a suo agio e fece nuove amicizie con i parrocchiani.