"Pensai alla copertina che avevo fatto su l'Unità con le foto dei detenuti…E fu brutta la sensazione. La sensazione di non sentirsi più liberi. Una sensazione che avevo già provato in Tunisia…Ma in Italia faceva un'altra impressione". Impressione scacciata via, respinta, confinata in un ricettacolo della mente sepolto da massi di voluta speranza, da rievocato ottimismo perché qualche riga dopo il narratore del testo Il mare di mezzo scrive in maniera apodittica. "L'Italia era ancora un Paese libero. E avrei continuato a fare il mio mestiere [di giornalista]".
Il dubbio che l'Italia ormai sia come tutti i paesi del
Mediterraneo, come l'Algeria, come
Il testo scritto da Gabriele Del Grande non condensa l'attenzione solo sulle responsabilità dell'Italia nel contrastare, violando tutti i diritti, i processi migratori, ma, proprio come accennato prima, su quella di gran parte dei paesi che si affacciano dal Sud sul Mediterraneo. E' quello del giornalista lucchese non un saggio, e neppure solo un reportage perché è intriso di spirito narrativo così che si legge con voracità e lascia stupefatti nello scoprire situazioni, misteri legati al mondo della migrazione, come quello dei giovani algerini scomparsi, svaniti nelle carceri tunisine senza sapere che fine abbiano fatto. E gli interrogativi più angoscianti si insinuano di soppiatto. Si approfitta anche di naufragi veri o procurati per impadronirsi di corpi da usare per altri scopi come il trapianto d'organi?
Si rimane poi oltremodo esterrefatti sul maltrattamento che gli eritrei subiscono da parte dei libici e sulla mancanza di responsabilità dell'Italia nei confronti di un popolo che è stato fra quelli assoggettati durante il periodo coloniale italiano. Un po' di compartecipazione sulla sofferenza di questo popolo dovremmo pur averla, visto che per oltre mezzo secolo abbiamo abitato nel loro territorio e "forse" lo abbiamo anche sfruttato. Ma tant'è il fatto che gli eritrei fuggano da un governo guerrafondaio e militaresco, che subiscano maltrattamenti inenarrabili nelle carceri libiche, non indulge alcuna considerazione nei nostri governi, che anzi con il decreto sul respingimento tendono ad ignorare il sacrosanto istituto del "rifugio politico".
La considerazione più amara viene dal fatto che le varie norme restrittive sulla immigrazione e la loro applicazione stiano trasformando la coscienza civile di persone, così che la antichissima legge dei marinai, non scritta ma fortemente sentita, per cui chiunque sia in pericolo nel mare deve essere a qualunque costo aiutato, incomincia ad essere ignorata. Chi si è attenuto, al di là di tutto, a questa regola solidaristica degli uomini di mare, è stato processato e ha visto la propria vita rovinata, almeno sul piano economico.
Si alimenta così l'indifferenza, il voltar le spalle, il considerare il male una banalità.